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domenica 24 marzo 2013

Il Caschetto Perfetto: cronaca semiseria di un' impresa impossibile


La cosa che riesce sempre a stupirmi quando vado nel salone di una catena di parrucchieri - che non nomino per cortesia - è la totale incapacità di capire come si fa un taglio classico come il caschetto.

Vi chiederete il perché io continui ad andare lì se non mi trovo bene, ed avete perfettamente ragione, ma è una questione di tempo: lavoro sempre sino ad ore impossibili, il sabato i parrucchieri sono intasati e la domenica chiusi, così come il lunedì. Non mi resta quindi che andarci il lunedì sera, o gli altri giorni della settimana, dato che restano aperti sino alle nove di sera. 

Solitamente ne vengo da una giornata convulsa al lavoro, stanca e disidratata perché come al solito mi sono scordata di portare con me la fidata bottiglietta d' acqua (che ci volete fare, soffro di sete pomeridiana), entro trafelata nel salone, penso che sarà troppo tardi, sono già passate le sette di sera... invece pare sia tutto ok. Meno male, faccio un bel respiro. Comunico cosa ho intenzione di fare - taglio e piega - mi viene consegnata la mantellina ed aspetto. Si sa, ci vuole pazienza per farsi belle, infatti mi rifornisco di due - tre riviste, cercando di evitare quantomeno quelle di gossip spinto che contribuiscono ad abbassare il livello medio intellettivo e del buongusto (troppo snob? No, dai, insultano l'intelligenza di chiunque!) e mi siedo. Aspetto, tra le voci che parlano di vacanze ai Caraibi o in Messico, tra i vapori caldi del phon che asciuga l' ultima capigliatura biondo platino appena ossigenata, tra gli sguardi smarriti dei signori maschi che aspettano ore il loro momento solo per farsi rasare semplicemente la chioma ormai quasi calva, tra l'odore di ammoniaca che pervade l'ambiente al mescolare della tinta. Ed intanto scopro che Micaela Ramazzotti si è sposata con il regista che la dirige in almeno tre film, che la figlia di Ramazzotti - il cantante - e della Hunziker fuma - capirai che notiziona -, che le sfilate di Milano e Parigi hanno decretato colori aranciati e tanto verde per la primavera estate e che sarà quasi d'obbligo indossare abiti kimono per essere à la page (già mi vedo vestita da geisha sotto il sole cocente d' agosto e sudo).  Passano i minuti, trascorrono le mezzore, inizio ad accusare cenni di noia pura e nervosismo con uno sbadiglio dietro l'altro. Ma ecco che una delle signorine in camice mi fa accomodare per il lavaggio dei capelli. Mentre aspetto per una buona ventina di minuti con la testa poggiata al lavatesta il collo mi si irrigidisce, la cervicale si fa sentire, provo a tirarmi su ma no, ho sbagliato i tempi, arriva la signorina che mi ha fatto aspettare con il collo piegato senza dirmi che ci sarebbe stato ancora da attendere, ed apre l'acqua. Inizia il lavaggio.  

Mi viene alla mente la canzone di Gaber: "Scende l'acqua, scroscia l'acqua calda, fredda, calda... 
Giusta! Shampoo rosso e giallo, quale marca mi va meglio? Questa! Schiuma soffice, morbida, bianca, lieve lieve sembra panna, sembra neve. La schiuma è una cosa buona, come la mamma, che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco: una mamma enorme, una mamma in bianco."



Dopo le speculazioni pseudo colte cantautorali che mi colgono all'improvviso e, per fortuna, altrettanto velocemente se ne vanno, ecco che mi si avvolge intorno alla testa un asciugamano, spesso troppo piccolo per arginare il filo d'acqua che mi scende dal capo sino al fondo della schiena. Freddo. Fastidioso. Umido. Rabbrividisco, cerco di tamponare il collo, la nuca, ma l'asciugamano è già stato tolto. Tento di asciugare il retro del collo perché già soffro di cervicale - tre colpi di frusta hanno dato i loro effetti - ma con cosa? La signorina mi ha già tolto la salvietta e si è allontanata, resto sola davanti allo specchio senza vedere la mia faccia perché senza occhiali ci vedo ben poco. La miopia è una brutta cosa - penso- ma a volte ti salva la vita, se vedessi la mia espressione riflessa ora sono certa che non ne sarei contenta. Cerco di distrarmi, non ci riesco, la signorina arriva e distrattamente mi passa il phon tra i capelli guardandosi intorno, "passalo anche dietro al collo, dai, basta poco, vai un po' più giù" penso, ma niente, è già spento. Ed ecco il punto cruciale, il momento più importante e decisivo: 

"Che taglio vuole fare?".

Ecco, ad una risposta tanto semplice si dovrebbe rispondere in modo altrettanto semplice, ovvero:

"Un caschetto pari, liscio ma non piatto, con frangia di un dito sopra le sopracciglia e lungo sino a qui" e indico la linea della mascella. 


Questo dovrebbe bastare, no?  La risposta è no. Non basta. 

Intuisco che l'espressione della signorina si sta rabbuiando: "Ma come lo vuole, cioè, così come in questa foto oppure ... vediamo... mi può spiegare meglio?"

Allora inizio a pensare di aver fatto male, anzi, malissimo a non essermi portata una foto, un ritaglio, del caschetto perfetto, ammesso che esista, quello con la C maiuscola, e penso alle ballerine del Moulin Rouge, alla Brooks. Lo dico alla signorina: "Ecco, ha presente Louise Brooks?" No, la signorina non l'ha presente.

"Allora, Valentina, il personaggio di Crepax a fumetti? Lo vorrei solo un po' più lungo". Altro diniego,  Brooks-Crepax-Valentina non pervenuti. 
Scavo nella memoria, tra le immagini che conservo nella mia memoria a lungo termine, cerco suggerimenti più popolari, non ne trovo.... Le ballerine del Moulin Rouge, del Crazy Horse? Forse...Rosa Fumetto?! Demetra Hampton?? " Figuriamoci, peggio che andare di notte con il temporale. 
Allora parto con il mimo: "Ecco vede, dovrebbe fare arrivare i capelli sul davanti fino a qui, dietro leggermente più corti, con una lieve sfumatura, e la frangia di un dito sopra le sopracciglia".
La signorina non risponde, la sento dubbiosa, "oddio-penso-che disastro farà con questi miei poveri, pochi e sottilissimi capelli?" Inizia a tagliare, usa il rasoio, come è usanza dalle parti di quel marchio francese lì. (pure francese, il che mi indispettisce ulteriormente: ma se un sacco di donne francesi ha il caschetto!!!)
Taglia, piega la testa a destra, poi a sinistra, poi ritaglia, poi mi dice; "Ma dietro lo vuole corto? Guardi che poi le devo fare una sfumatura... lo vuole alla maschio?" Giuro, non so più che dire e come fare per spiegarmi. "Beh, no, non da maschio, la sfumatura va fatta ma lieve, ha presente... " ma desisto immediatamente, non c'è speranza. Mi arrendo: "faccia un taglio pari" così andiamo sul sicuro, che va a finire che mi ritrovo la nuca rasata stile skinhead.



La frangia è un altro passo molto, molto difficile da compiere, e viene sempre, dico sempre, lasciata lunga, sugli occhi. Le dico sorridendo: "La vorrei un po' più corta". "Guardi che però così va bene, se la faccio più corta... non so... è troppo..." Ok, penso nuovamente tra me e me, ci vuole calma, per non uscire di qua con una frangia uguale a quella di quando sono entrata ma soprattutto per non ritrovarmi con uno scopino mozzo in testa stile mocio. "Guardi - le dico sorridendo speranzosa - basta che, da asciutta, lei la tagli sino alla linea superiore delle sopracciglia". Sorrido di nuovo, La signorina impugna il rasoio, tutta concentrata lo passa un'altra volta sulla frangia, che resta sempre troppo lunga. "Ecco fatto" dice soddisfatta. Fatto? Eh no cara mia, non hai fatto proprio niente. La frangia è ancora impietosamente lunga, troppo. "Sa, mi scusi eh, posso chiederle di tagliarla ancora un pochino? Giusto mezzo centimetro..." e mi sento una vera infame senza cuore, perché lei già aveva riposto il rasoio, e il phon, e mi aveva tolto la mantellina. Silenzio. Impugna di nuovo l'aggeggio. Penso: "ora è finita, mi taglia tutto alla mohicana e arrivederci e grazie, così la prossima volta imparo". Nulla, resta tutto uguale. Cerco di farglielo capire, lei conclude risoluta con un inaspettato: "No, va bene così!". E a te chi te l'ha detto che va bene così??? Ok mi rassegno, le sorrido, le dico "Va bene, non si preoccupi...". 


Sono già le otto e devo ancora fare qualche commissione, il mio viso è cosparso da innumerevoli punte scure di capelli tagliati che mi si appiccicano dentro e sotto agli occhi, sul naso, sulle guance... sembro un' ipertricotica. Lei mi sventola il phon sotto al naso, sulla faccia. Non cambia niente. Mi alzo, vado davanti allo specchio del guardaroba, provo a toglierli ma è inutile, qui ci vogliono le maniere forti. Prendo la spazzolina per gli abiti e provo a passarla sul viso (la forza della disperazione porta a compiere gesti impensabili), nulla. Allora prendo una salvietta, la sfrego sul viso, ma riesco solo a togliere il poco trucco rimasto mentre ho ancora la barba ovunque, per di più ora il viso è rosso ed appiccicoso ed i peli sono ancora più attaccati alla pelle. Pazienza, mi dico, più di così è impossibile, camminerò a testa bassa...

Mi metto il cappotto, pago con il bancomat una cifra esagerata dopo aver compiuto tanto sforzo mentale, inforco gli occhiali e mi guardo da lontano, riflessa nello specchio che ho a lato: sembro proprio uno scopino. La frangia è troppo lunga e piatta, sembra uno spinacio. I capelli sono piatti, dritti come spaghi, non una piega dolce che li faccia un po' rientrare verso il viso, dietro sono ugualmente piatti e anonimi. 

Distolgo lo sguardo e metto il portafoglio in borsa.

Me l'hanno fatta ancora una volta, il caschetto perfetto è un'utopia.
Ma tornerò, questa volta con una foto.
Vi farò sapere... 




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giovedì 7 marzo 2013

Helmut Newton: icone della trasgressione in mostra a Roma


Cosa può esserci di più intrigante che visitare una mostra di Helmut Newton?

Per i fortunati romani e per chi ha voglia di spostarsi, c'è una mostra da non perdere: quella del grande Helmut Newton appunto, che dopo il Museum of Fine Arts di Houston e il Museum Für Fotografie di Berlino, sua città natale, approda al Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale, nella capitale. 


Il nome della mostra è composto da tre tempi, «White women», «Spleepless Nights» e «Big nudes»,che rappresentano i tre libri pubblicati da Newton negli anni '70. «Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare. Questi sono i tre concetti che riassumono l’arte della fotografia» disse Newton in un'intervista rilasciata a Frank Horvat nel 1986. «Il mio lavoro come fotografo ritrattista è quello di sedurre, divertire e intrattenere. Nelle mie foto non c’è emozione. È tutto molto freddo, volutamente freddo».


Foto Ansa

Le sue icone sono modelle che vengono ritratte in strada, spesso in atteggiamenti sensuali, a suggerire un uso della fotografia di moda come pretesto per rappresentare una propria realtà. La realtà di un artista che, attraverso i suoi scatti, crea dei «quadri» teatrali in cui predominano l'ambiguità, il gioco erotico, l'ironia e le situazioni limite. 
«Spesso mi capita di soffrire d’insonnia» diceva Newton, che morì di incidente stradale sul Sunset Boulevard a Hollywood nel 2004. «E forse ho visto troppe immagini in vita mia per poter dormire tranquillo».


Foto Ansa

Newton toccò l'apice della sua carriera a Parigi a partire dalla fine degli anni '50, dove fece molti scatti per alcune delle riviste più fashion del tempo, prima fra tutte Vogue, diventando un caposaldo della "Fashion Photography", la fotografia di moda.


Foto Ansa

La mostra, inaugurata il 6 marzo, è visitabile sino al 21 luglio. 
In appendice i riferimenti.



HELMUT NEWTON
«White women», «Spleepless Nights» e «Big nudes»

Palazzo delle Esposizioni
via Nazionale 194 - Roma
dal 6 marzo al 21 luglio 2013





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martedì 5 marzo 2013

David Bowie Is: Bowie in mostra dal 23 marzo


Tutti ne parlano e non potrebbe essere diversamente, visto che David Bowie ci sta regalando un lavoro immenso, realizzato durante questi anni di silenzio musicale e di assenza dalle scene. "The next day" è la sua ultima creatura, e a partire dalla fine di marzo a Londra sarà possibile visitare una mostra dedicata interamente a Mr Stardust: dal prossimo 23 marzo al 28 luglio 2013 il Victoria & Albert Museum ospiteranno una grande mostra dal titolo David Bowie is. Un omaggio al duca bianco a 40 anni dal successo di Starman.


In mostra oltre 300 pezzi del suo archivio personale tra cui testi scritti a mano, costumi originali, moda, fotografia, film, video musicali, scenografie, strumenti e copertine degli album. In mostra il famoso vestito a strisce del suo Aladdin Tour del 1973 e il celebre abito Ziggy Stardust. David Bowie is esplora i processi creativi di Bowie come innovatore musicale e icona culturale, tracciando il suo stile sempre reinventato attraverso cinque decenni.

Accanto a oggetti di culto in mostra anche gli più oggetti personali, come storyboard mai visti prima, elenchi di testi scritti a mano bozzetti, brani musicali e le voci del diario, che rivelano l'evoluzione delle sue idee creative.

Il suo ultimo pezzo, The Stars are out Tonight


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